Mostra Evgen Bavcar

La creazione che ci assicura che l’immagine esiste è un sentimento della nostra interiorità. L’esistenza e la certezza dell’appartenenza ad un mondo percepibile sono anche la coscienza di avere la possibilità di percepirlo. Noi non possiamo essere i semplici consumatori di immagini usuali che abbondano nella nostra quotidianità visiva e virtuale. L’immagine appare alla fine di un lungo percorso guidato dai processi mentali che ci servono per evitare un rapido consumo, come se il mondo fosse un semplice supermercato delle immagini disponibili. É il tempo o più esattamente la durata, che dona all’immagine il suo vero valore, la sua esistenza più potente quando è preservata dal flusso effimero delle visioni banali. Un immagine creata in seguito a lunghi processi spirituali non è il risultato di un semplice piacere, ma piuttosto della gioia che nasce alla fine di questo itinerario. Si può scalare una montagna a piedi. Se ci riusciamo, possiamo trovarci un piacere, ma se effettuiamo lo stesso percorso con l’aiuto di mezzi tecnici, elicotteri per esempio, noi proviamo solo un piccolo piacere. Dunque la gioia presuppone la tenacità e una ricerca interiore pertinente, per creare una nuova immagine allo stesso modo di superare le realtà già viste, il banale che si ripete sfortunatamente senza controllo nei supermercati delle nostre visioni attuali. La gioia, è il sentimento che ci riempie quando noi crediamo all’utopia concreta, ad un’immagine altra della bellezza, come direbbe Dostoevskij, che potrà salvare il mondo e aggiungo che va ad offrirgli uno specchio inedito e una luce non ancora vista. L’immagine carica della più grande gioia è quella che ci da la speranza di non sottometterci ad una forma stabilita e precostituita. La gioia dell’immagine rappresenta per me un piccolo frammento di eternità, la trascendenza sognata che si è esiliata nel nostro quotidiano, stanco per la ripetizione delle stesse immagini. Si può dire, in effetti, che solo l’immagine che supera tutte quelle che l’hanno preceduta nella continuità fatale delle cose, rappresenta la gioia e il benaugurante azzardo di una libertà possibile.

Evgen Bavcar

 

Emanuela Audisio ci presenta Bavcar nella sua veste più intima. Non vedente dall'età di 12 anni per un'incidente, ci mostra il fotografo capace di vedere in realtà la bellezza delle cose, dei paesaggi e soprattutto dei nudi femminili.

Ha gli occhi azzurri. Dice: «Attenzione al gradino». Cappello nero. Indica: «Il bar è dell’altra parte della strada». Sciarpa rossa. Invita: «Questo è un bel posto per sedersi». Sembra il ritratto di Aristide Bruant nel quadro dipinto da Toulouse-Lautrec. Cammina spedito anche sulle scale. Si scusa: «Il mio appartamento è grande come un armadio». Una stanza piena di cartelle, di buste, di libri. Alle pareti piccoli specchi. Una confusione, ma ordinata. «Si sposti, le devo far vedere una cosa sul secondo scaffale». Tocca e trova, lui. Evgen Bavcar ha 59 anni, è un fotografo d’arte famoso. Ha ritratto le attrici Hanna Schygulla, Kristin Scott-Thomas, lo scrittore Umberto Eco, ma si è anche dedicato ai paesaggi. Parla benissimo e in maniera colta un misto di lingue. «Sono nato a Lokavec, in Slovenia, a 27 chilometri da Gorizia. I miei genitori, austriaci, nel ’18 sono diventati italiani e nel '45 jugoslavi. Mio padre è morto, soldato a Kiev, avevo sette anni. Mi sono laureato in filosofia a Lubiana, e ho un dottorato ottenuto alla Sorbona con una tesi sull’estetica in Adorno e Bloch. Ho studiato e parlo tedesco, croato, francese, italiano, spagnolo e da autodidatta il portoghese. Il mio sogno è andare a Napoli, fotografare ragazze stupende, mettermi i loro ritratti in borsa e passeggiare davanti al museo di Capodimonte in attesa di essere scippato. L' idea che la bellezza venga rubata e acquisita la trovo una performance artistica notevole». Il buio poco a poco Bavcar è un ossimoro. Fotografa, ma è cieco. Vede, ma vive nel buio. «Ho perso definitivamente la vista a 12 anni, dopo due incidenti. Prima mi ha ferito un ramo d'albero, poi un detonatore abbandonato. Da bambini giocavamo con fucili e armi, il fronte dell'Isonzo, della prima guerra mondiale, è stato il nostro campo giochi. La tragedia dell'Europa centrale è sotto i nostri piedi, i cimiteri sono la comunità europea sotto la terra». Il buio non è arrivato all'improvviso, ma poco a poco, la luce si è spenta lentamente, e tutto è stato più struggente. Non c' è nulla come il tramonto per capire come il tempo porta via le cose. «L’ultima cosa che ho visto è stata la gonna rossa di un ragazza e la stella sul berretto dei soldati, forse per questo mi piace tanto il rosso». Tira fuori la stella dalla tasca, il suo lecca-lecca, gusto nostalgia. Dice, senza sospirare: «Per me la pittura ha gli occhi chiusi». Racconta una favola: «In un villaggio di ciechi arriva un elefante. Alla sera, di fronte al fuoco ognuno descrive l’elefante. Chi ha toccato il naso dice: è come un lungo tubo. Chi ha toccato le orecchie: è come un tappeto. Chi ha toccato una gamba: è una colonna. Ognuno ha una versione diversa per quello che ha toccato. Anche noi siamo così: tutti ciechi di fronte all’universo. Quanti veramente vedono?». Una sua mostra si intitolava Il terzo occhio. Quello interiore: l’occhio del cervello, dell’immaginario, dello spirito. «Alcune donne, prima di essere fotografate, mi chiedono: sono bella? Io porgo loro questo specchietto e rispondo: guardati. La gente vive con i fantasmi. La notte è il luogo della nascita della luce: Eros e Psiche hanno vissuto nel buio, poi Psiche cercando la luce ha tradito. Io sono in quel buio arcaico e originale». Molte immagini di Bavcar sono paesaggi notturni: una strada che si perde nel bosco, una città anonima, di notte, dall’alto, un cancello nel quale uno stormo di rondini è bloccato dalle inferriate. «Quand' ero bimbo associavo la luce del giorno con il volo delle rondini». Ci vuole astuzia contro il mondo, se sei cieco. «Se non avessi una cultura filosofica e psicanalitica non potrei difendermi. I ciechi nel mondo sono fragili, non hanno diritto all’immagine. Quando fotografo devo ricordarmi di pulire sempre il vetro dell'obiettivo, nessuna macchina è fatta per i ciechi, ho messo delle tacche, bisogna trovare e darsi dei riferimenti che aiutino a sconfiggere il buio. E ora ho una causa in Slovenia per un documentario con il mio nome, che io non ho autorizzato». Al buio si perde la memoria di cosa vuol dire correre: «Me ne sarei dimenticato se alcuni bambini non mi avessero domandato un giorno perché cammino così lentamente». Poi si perde lo spazio: «Si è ristretto, devo toccarlo per conoscerlo o sottrarlo al suo rumore». Poi la spontaneità: «Vado sempre negli stessi posti, precisi come luoghi geometrici, mentre ho spesso la voglia di perdermi in una foresta di cui non conoscerei i sentieri». Poi si smarrisce la musica: «La amo e la detesto. Quando penso che hanno voluto farla passare per la sola felicità dei ciechi, mentre era in realtà la loro unica possibilità di esistenza sociale. Ci hanno dato una cosa, che già avevamo». Quella che non si perde è la rabbia: «I cristiani hanno duemila anni di storia, eppure non mi risulta abbiano mai nominato un parroco cieco, i buddisti devono ringraziare una signora tedesca che è andata a Lhasa e ha tradotto in braille il sanscrito. Io non critico la religione, a me interessa il divino. Ma devo parlare con un teologo per affrontare il tema dell’handicap. Io credo che quando Dio ha fatto il mondo era tutto troppo perfetto e ha dovuto creare la morte. L' handicap la ricorda. La morte inevitabile dello sguardo fisico è il cieco. Il protestantesimo si è evoluto e ha le donne pastore, spero che un cieco un giorno sarà rabbino». Toccare per capire Chiama nomi di donna: Isabel, Chantal, ma c' è anche Pascal. Sono i nomi che ha dato alla tecnologia che lo assiste: la macchinetta che traduce i colori, la bilancia che parla, l’orologio che dice l’ora, il termometro che avvisa della temperatura, il computer che legge i messaggi. «L'astronomia mi interessa perché è una materia dove ogni vedente è cieco e ogni cieco è un po' vedente. Queste macchine che vanno sui pianeti sono moderni bastoni da ciechi, mandano segnali più perfezionati, ma anche loro devono toccare per capire. L' immagine alla fine ci viene dal buio dell’ignoto. Una volta se lo schiavo guardava verso l'alto veniva ucciso, tutti abbiamo bisogno dell’invisibile». Chiede: posso fare una foto? Sicuro, c' è bisogno di spogliarsi? «No, andiamo in terrazza». Un suo libro si intitola Le voyeur Absolu. Bel doppio senso, perché «voyeur» significa «guardone», anche e soprattutto in francese. Bavcar fotografa nudi, ma solo di donne. «E non mi piacciono quelle con i capelli corti, perché assomigliano ai militari. Niente uomini, non ce la faccio. Gli uomini fanno la guerra, gli uomini mi hanno fatto male. In Germania quando un rabbino ha saputo che ritraevo donne nude mi ha detto: "Questo è grave". Ma non sono foto alla Cicciolina, guardi qui sul computer, questa mia amica brasiliana». Evgen, ma che corpo ha la sua amica? «Oddio, magari l’immagine è capovolta». Sì, allora torna. Bavcar vi mette una mano in testa, vi tocca il mento, poi si allontana e scatta. Vi chiede anche com' è il tempo, cosa vedete, cosa sentite. «Grazie, per non aver chiesto. è una vita che mi tormentano con la domanda: come fai? Ma chiedetemi: perché lo fai? Visione, cecità, invisibilità. Scoprire il piacere di possedere qualcosa che gli occhi non hanno inquadrato, ma la mente sì. Non considero la fotografia un pezzo di realtà, sono più vicino a Man Ray. La cecità fisica non può essere simbolica, c' è la capacità di vedere e il desiderio di vedere. Scatto in rapporto ai rumori, ai profumi e soprattutto in relazione alla mia esperienza della luce. Quando scatto, dico sempre: io non ti vedo, ma ti faccio vedere agli altri... Poi scelgo le foto facendomi consigliare da amici con lo sguardo libero e da mia nipote Veronica. L' ha scritto anche Lacan: amare è dare qualcosa che non si ha a qualcuno che non lo vuole. Io lavoro con l’autofocus e con gli infrarossi, perché il buio è lo spazio della mia esistenza, un’altra forma della luce. La mia prima macchina è stata una Zorki sei, una Leica comunista, regalo di mia sorella. Mi sarebbe piaciuto ritrarre Brigitte Bardot, l' avrei baciata sulla bocca, Marlon Brando e Liz Taylor. Davanti a Vittorio Gassman ho sentito la forza del suo spirito». Le foto sono strane, magiche, giochi di contorni luminescenti contro sfondi scuri. Un' atmosfera surreale un po' alla Zavattini. Sembrano dire: così vedono i ciechi, nel modo in cui si sfiora un fiore. O forse siamo sempre lì: abbiamo fatto dell’arte di vedere il mestiere della nostra vita, ma la realtà ci sfugge, e i sentimenti rendono più confusa la nostra visione. Saramago, nel suo romanzo Cecità scrive di un’epidemia che fa sprofondare nelle tenebre la popolazione di un paese immaginario, e proprio nel mondo delle ombre i protagonisti scoprono aspetti sconosciuti di se stessi e del mondo che credevano di conoscere. Bavcar insiste: «Impedire a me di fotografare perché sono cieco significherebbe affermare che le immagini le fa la macchina, e non la materializzazione di un’idea, di un desiderio. Un giorno il destino mi ha portato una donna, un amico mi ha chiesto di descriverla. Ho toccato i suoi capelli e ho pensato: è come un’arpa sostenuta dal vento. Ho accarezzato il suo volto: un orologio, rotondo, preciso, perfetto. Ho sfiorato la sua bocca, una ciliegia nel mese di maggio». Nessuno di noi vede mai tutto. Bavcar è stato anche in un altro tipo di buio, disperato e infernale. «Nell’anniversario della liberazione dei campi di concentramento sono andato con un mio amico, invalido di guerra, Boris Pakor, 91 anni, scrittore, a Struthof in Alsazia. Toccare il forno, per me è stato terribile. Lui mi ha sussurrato: io qui ho portato i cadaveri. In quel momento lui mi ha dato un’autorizzazione etica a fotografare. Sono tornato al campo di notte, ma le due ragazze che mi accompagnavano non ce l' hanno fatta, sono scappate. è dai lati più oscuri della terra che bisogna cercare la luce. Perché comunque anche se debole e fragile una luce c' è sempre. Di mattina mi hanno portato a pranzo, lì vicino. "Non posso", ho detto. Si sogna ad occhi chiusi. Si ritorna nei luoghi visti, senza poterli più vedere. Bavcar guarda e ti guarda. Occhi azzurri. La vita è carogna, come la nostalgia. Allora capisci: la luce si perde, ma non si dimentica. Evgen, per favore, scatta.

Per Enzo Carli la fotografia di Bavcar è lo strumento d'indagine delle proprie emozioni. E' attraverso questo linguaggio che ci fà vedere i suoi pensieri e i suoi sentimenti.

Le immagini di Bavcar provocano un distacco manifesto dalla visione e della percezione convenzionale. Non vedente dall’età di 12 anni, usa la fotografia per un percorso interiore, dove l’idea si fa pensiero itinerante della sua anima. Fin dall’inizio la sua è una relazione con l’urto della sua remota memoria, dei suoi sogni dei suoi colori, in un labirinto interiore in cui si muovono i fantasmi della sua riflessione, come lamenti del suo diario. Immagini come linguaggio dell’inconscio, come specchio della sua stessa esistenza, come celebrazione di interessi che spaziano tra intime convinzioni di una dolorosa cultura. Un inconscio più come il luogo della ragione, strutturato come un linguaggio in cui l’Autore è immerso e la cui rappresentazione gli è necessaria a dimostrare la connessione dell’uomo dalla casa Cultura. Bavcar vuole aprire le tenebre con la metafora della luce e come chi fotografa si è organizzato un apparato visivo e significante comprensivo delle metodiche più appropriate alle sue esigenze; sa quello che deve sapere; sa percepire nel suono il movimento; sa traghettare l’anima e tracciare la strada che altri possono percorrere; coglie nel tempo il movimento della luce nella notte prolungata; tenebre ed oscurità lacerate dalla luce del ricordo; appunti colti attraverso lo sguardo di uno spirito-guida che Bavcar utilizza per vedere e raccontare. La fotografia ferma il tempo apparente; ferma quindi il ricordo che diviene evocazione sensibile e in contrapposizione con lo specchio, un’idea illusoria di completezza, conferendo all’immagine una funzione morfogena, come se fosse un elemento totalmente esterno ed estraneo al soggetto, sempre “altro” da esso. Bavcar è un mediatore -operatore estetico, un fotografo di trasformazione ( “Fotografie dall’interno” Ed. Il Lavoro Editoriale, 2009) perché in particolare, utilizza le possibilità meno note e più equivoche della fotografia, evidenziando più nessi comparandoli tra loro e assegnando alla fotografia disposizioni operative che tramano interventi espressivi: erratici e abbandonati della gestualità; controllati e tecnologici della razionalità; palpitanti e ritmici delle pulsioni; angoscianti e primitivi della passioni. Usa la fotografia perché è veloce nel mettere a fuoco i fantasmi e le inquietudini della sua interazione simbolica e registrare la realtà in uno spazio fantasmagorico le cui coordinate sono legate ad un’interpretazione privata della funzione di coscienza e dove il concetto di evocazione esalta la memoria del suo antico retaggio. Immagini in cui la luce restituisce le sembianze allo spostamento per il movimento nominato e catturato. Bavcar che si trova nello stato dell’elevata conoscenza, come “nuevo vidiente” può osservare dentro se stesso un fuoco che brucia, linfa di saggezza come il nagual di Don Juan che percepisce l’energia dell’Universo e concepisce idee straordinarie; il vedere non è forse che una parte della conoscenza? Bavcar che vede attraverso il tatto interpretando i rilievi con le mani e ricostruendo le immagini nella mente, cogliendo con il suono il movimento: eccole le mani che tormentano il buio, si posano, cercano l’appoggio tattile della scultura nell’ombra inversa; una giovane bimba sospesa su un tavolo animato; Hanna Shygulla ai confini del paradiso; il volo dei piccoli bianchi fantasmi; i graffiti dei cliché verres che allungano il racconto nel paesaggio intorpidito, bruciato dal nero, l’inquietudine dell’oscurità. La fotografia è il suo strumento di indagine e filtro delle proprie convinzioni ed emozioni; è il desiderio che diviene linguaggio che ci ha fatto conoscere il vedere del pensiero e del sentimento.

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